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  • [TEST 6] Giornalino Safety Business News N. 33/2026

    [TEST 6] Giornalino Safety Business News N. 33/2026

    Abbiamo pubblicato il nostro sfogliabile bimestrale gratuito, edizione Gennaio 2026 N. 33  Accedendo all’articolo trovate il link su cui cliccare e leggerlo sfogliandolo come un giornale cartaceo. Tanti articoli, tanti argomenti, tanta voglia di collaborare, … Spero di farvi cosa gradita e vi auguro buona lettura.
    clicca per visualizzare il giornalino in pdf:Scarica Safety News SB33-2026

    In questa edizione, troverete articoli e approfondimenti cruciali per la vostra impresa:

    • AI Act 2026: Quando l’algoritmo diventa il tuo capocantiere 
    • CYBER SAFETY: La nuova frontiera del rischio meccanico 
    • MALATTIE PROFESSIONALI: L’epidemia invisibile del nuovo millennio 
    • PATENTE A CREDITI: La gestione del punteggio 
    • PAGINA INFORTUNI – IMPARARE DAGLI ERRORI: Cronaca di due infortuni che non dovevano accadere
    • PAGINA ECOLOGICA: GREEN CLAIMS E IL PASSAPORTO DEI TUOI DPI 
    • Come è cambiata la comunicazione digitale dopo il Covid in ambito sicurezza sul lavoro Copertina rigida – 8 marzo 2024 [Clicca qui per vedere il libro: urly.it/3a53y]
    • Come è cambiata la comunicazione digitale dopo il Covid in ambito sicurezza sul lavoro Formato Kindle [Clicca qui per vedere il libro: urly.it/3a540]
    • Opuscolo Sicurezza Antincendio: Manuale Antincendio e della Gestione Emergenza.- Formato Kindle Amazon [Clicca qui per vedere il libro:urly.it/3134qy
    • Il Diario del preposto: Come garantire la vigilanza dei lavoratori.- Formato Kindle Amazon [Clicca qui per vedere il libro: urly.it/3134r5

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  • Giornalino Safety Business News N. 33/2026

    Giornalino Safety Business News N. 33/2026

    Abbiamo pubblicato il nostro sfogliabile bimestrale gratuito, edizione Gennaio 2026 N. 33  Accedendo all’articolo trovate il link su cui cliccare e leggerlo sfogliandolo come un giornale cartaceo. Tanti articoli, tanti argomenti, tanta voglia di collaborare, … Spero di farvi cosa gradita e vi auguro buona lettura.
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    In questa edizione, troverete articoli e approfondimenti cruciali per la vostra impresa:

    • AI Act 2026: Quando l’algoritmo diventa il tuo capocantiere 

    • CYBER SAFETY: La nuova frontiera del rischio meccanico 

    • MALATTIE PROFESSIONALI: L’epidemia invisibile del nuovo millennio 

    • PATENTE A CREDITI: La gestione del punteggio 

    • PAGINA INFORTUNI – IMPARARE DAGLI ERRORI: Cronaca di due infortuni che non dovevano accadere

    • PAGINA ECOLOGICA: GREEN CLAIMS E IL PASSAPORTO DEI TUOI DPI 

     

    •  Come è cambiata la comunicazione digitale dopo il Covid in ambito sicurezza sul lavoro Copertina rigida – 8 marzo 2024 [Clicca qui per vedere il libro: urly.it/3a53y]
    • Come è cambiata la comunicazione digitale dopo il Covid in ambito sicurezza sul lavoro Formato Kindle [Clicca qui per vedere il libro: urly.it/3a540]
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  • RUBRICA ECOLOGIA: GREEN CLAIMS E PASSAPORTO DPI

    RUBRICA ECOLOGIA: GREEN CLAIMS E PASSAPORTO DPI

    Negli ultimi anni la sostenibilità è diventata un argomento centrale anche per la sicurezza sul lavoro: molti produttori di DPI e attrezzature comunicano la riduzione dell’impatto ambientale dei propri prodotti, parlano di “eco‑materiali”, cicli di vita prolungati e processi produttivi più puliti. Allo stesso tempo, il dibattito europeo sul cosiddetto “greenwashing” ha portato l’attenzione sulle affermazioni ambientali (green claims) non dimostrate, invitando imprese e fornitori a garantire trasparenza e verificabilità delle dichiarazioni sulla sostenibilità.

    In questo panorama si inserisce il concetto di “passaporto” dei DPI, inteso come insieme strutturato di informazioni che accompagnano il prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita: non solo conformità ai requisiti di sicurezza e salute, ma anche dati sull’impatto ambientale, sulla riciclabilità, sulle modalità di smaltimento e sulla tracciabilità della filiera. Le strategie di prevenzione più recenti, promosse da INAIL e da altre istituzioni europee, insistono sulla necessità di coniugare sicurezza, ambiente e innovazione tecnologica, anche attraverso strumenti digitali che facilitino la raccolta e la condivisione di informazioni lungo la catena di fornitura.

    Per chi acquista DPI per un’azienda, quindi, non è più sufficiente valutare solo la conformità normativa e l’ergonomia: diventa rilevante anche la qualità delle informazioni fornite dal produttore in merito alla sostenibilità, verificando che le affermazioni “verdi” siano supportate da dati, certificazioni o standard riconosciuti. Un casco dichiarato “100% eco‑friendly” senza specificare su quali basi (materiali riciclati, processo a basse emissioni, certificazioni LCA) rischia di rientrare nella categoria dei green claims generici, di cui la regolazione europea chiede una maggiore responsabilità. Il passaporto dei DPI, se correttamente costruito, può invece diventare uno strumento concreto di scelta consapevole, integrando parametri di sicurezza e parametri ambientali in una logica di ciclo di vita.

    La digitalizzazione apre possibilità ulteriori: immaginare DPI dotati di QR code che rimandano a schede aggiornate in tempo reale sul prodotto, sul suo impatto ambientale, sulla conformità alle normative e sulle istruzioni di manutenzione e smaltimento. In questo contesto, la raccolta di dati e la loro messa a disposizione tramite piattaforme condivise possono supportare sia il datore di lavoro, che deve dimostrare la propria diligenza nella scelta e gestione dei DPI, sia i lavoratori, che possono accedere a informazioni chiare e complete. Le politiche pubbliche, orientate a un modello di prevenzione dove l’innovazione è un “asset produttivo misurabile”, vanno in questa direzione, promuovendo progetti che integrano sicurezza, ambiente e trasformazione digitale.

    Conclusione
    La pagina ecologica della sicurezza non è un esercizio di stile, ma un terreno su cui si gioca una parte importante della credibilità e dell’efficacia delle politiche aziendali: green claims vaghi indeboliscono la fiducia, mentre un vero passaporto dei DPI, basato su dati e tracciabilità, rafforza sia la prevenzione sia la sostenibilità. Per i responsabili HSE è il momento di chiedere ai fornitori non solo certificati e marcature, ma anche informazioni ambientali solide, integrandole nei criteri di scelta dei DPI. Così la tutela del lavoratore e quella dell’ambiente smettono di essere due capitoli separati e diventano un’unica strategia di responsabilità verso il futuro.

  • IMPARARE DAGLI ERRORI

    IMPARARE DAGLI ERRORI

    Cronaca di due infortuni che non dovevano accadere

    Tra le rubriche più seguite del mondo HSE ci sono quelle dedicate all’analisi degli infortuni, perché il racconto di ciò che è andato storto consente a tecnici, RSPP e preposti di riconoscere situazioni simili nella propria realtà. Una delle testate storiche del settore ha dedicato una sezione fissa, “Imparare dagli errori”, proprio alla descrizione di casi reali, dai lavori in quota alle attività di pulizia, dalle cadute nei motopescherecci agli incidenti che coinvolgono autisti di autobus. Queste cronache mostrano come, dietro eventi apparentemente casuali, si nascondano spesso schemi ricorrenti: mancanza di formazione, procedure disattese, pressioni produttive, sottovalutazione del rischio.

    Immaginiamo due infortuni-tipo che potrebbero trovare spazio in una cronaca ragionata. Nel primo caso, un operaio generico, da poco assunto, viene incaricato di effettuare lavori di pulizia in quota su una copertura industriale leggermente inclinata. Mancano parapetti, non è predisposto un sistema di ancoraggio per l’uso di imbracature, non esiste un piano di lavoro specifico. L’operaio procede sulla copertura, cammina su lastre non portanti e precipita attraverso una zona fragile, riportando lesioni gravissime. Nel secondo caso, un addetto alla conduzione di un mezzo di cantiere, stremato da turni prolungati e da una notte di riposo incompleta, perde il controllo del veicolo su un percorso interno, urta un collega a piedi e provoca un investimento con esiti molto gravi.

    In entrambi gli scenari si intrecciano elementi tecnici e organizzativi. Nel lavoro in quota mancano le misure di prevenzione di base (progetto della postazione, dispositivi collettivi e individuali, verifica delle superfici calpestabili), ma manca anche una valutazione approfondita dei rischi e, spesso, la consapevolezza che la semplice “pulizia” su coperture e lucernari è di per sé un’attività ad alto rischio, da trattare con la stessa serietà di un lavoro edile complesso. Nel caso dell’investimento con mezzo di cantiere, oltre ai profili legati alla viabilità interna e ai dispositivi del mezzo, emergono i fattori legati alla gestione dei turni, alla fatica e alla mancanza di limiti effettivi alle ore di guida, che trasformano un rischio gestibile in un incidente annunciato.

    Le cronache specialistiche ricordano come questi infortuni, se letti a posteriori, rivelino quasi sempre la presenza di “quasi incidenti” pregressi, segnali ignorati, piccoli adattamenti organizzativi che hanno normalizzato la devianza. L’approccio suggerito è quello di trasformare ogni evento in materiale di apprendimento collettivo: ricostruire non solo la dinamica tecnica, ma anche le decisioni prese, le omissioni, le pressioni e i conflitti tra produttività e sicurezza. Da qui discende l’importanza di una cultura aziendale che non si limiti a cercare il colpevole, ma che usi l’evento come occasione per ripensare procedure, formazione, ruoli e controllo operativo.

    Nel contesto delle strategie nazionali di prevenzione, il racconto degli infortuni viene affiancato da strumenti che supportano una gestione più sistemica, come modelli organizzativi integrati, piattaforme digitali per la gestione HSE e progetti di formazione avanzata pensati per trasformare RSPP e preposti in protagonisti dell’analisi degli errori. L’obiettivo è abbandonare definitivamente la logica reattiva, che interviene solo dopo l’incidente, per costruire sistemi che imparano dai propri quasi incidenti, dalle segnalazioni e dai dati, evitando che la stessa dinamica si ripeta in contesti diversi.

    Conclusione
    I due infortuni raccontati – la caduta dalla copertura fragile e l’investimento con mezzo di cantiere – non sono frutto del destino, ma la conseguenza di scelte e omissioni che potevano essere diverse. Imparare dagli errori significa accettare di guardare con onestà ai propri incidenti, rompere il silenzio sui quasi incidenti e usare ogni evento come motore di cambiamento organizzativo. Solo così le cronache smettono di essere un elenco di tragedie e diventano una biblioteca di lezioni apprese, in cui ogni caso serve a evitare che lo stesso errore si ripeta altrove.

  • PATENTE A CREDITI

    PATENTE A CREDITI

    Il barometro della sicurezza in cantiere

    La cosiddetta “patente a crediti” per la sicurezza nei cantieri non è più un’ipotesi: con il d.l. 19/2024, collegato all’attuazione del PNRR, e con il successivo decreto attuativo pubblicato nel 2024, il sistema di qualificazione tramite crediti è stato formalmente inserito nel Testo Unico sulla sicurezza e reso obbligatorio a partire dal 1° ottobre 2024 per le imprese e i lavoratori autonomi che operano nei cantieri temporanei o mobili. La patente viene rilasciata in formato digitale, su domanda tramite il portale dell’Ispettorato nazionale del lavoro, con un punteggio iniziale di 30 crediti che può successivamente diminuire o aumentare in base ai comportamenti dell’impresa.

    Il meccanismo è quello, ormai noto, della “patente a punti”: a monte vi è un punteggio base (30 crediti, incrementabile fino a 100), che rappresenta una sorta di dote di affidabilità, mentre a valle sono previste decurtazioni in presenza di violazioni in materia di sicurezza. Alcune violazioni comportano decurtazioni significative, come quelle che determinano la sospensione dell’attività imprenditoriale o il riconoscimento di responsabilità datoriale in infortuni gravi o mortali: per esempio, la responsabilità per la morte di un lavoratore, accertata in sede ispettiva o giudiziaria, può tradursi in una riduzione di 20 crediti, mentre un’inabilità permanente può comportare decurtazioni di 15 crediti.

    Il decreto attuativo specifica che la patente è condizione per operare nei cantieri: sotto determinate soglie di punteggio, l’impresa rischia di non poter lavorare o di vedere fortemente limitata la propria operatività, con conseguenze economiche dirette. Il sistema prevede tuttavia anche la possibilità di incrementare i crediti fino a 100, premiando comportamenti virtuosi, come la partecipazione a percorsi formativi qualificati, l’adozione di modelli organizzativi avanzati, la dimostrazione di standard di sicurezza elevati e la presenza di certificazioni di sistema. In questo modo, la patente diventa non solo strumento punitivo, ma anche leva per una sana competizione sulla qualità della prevenzione.

    Per le imprese del settore costruzioni, la patente a crediti impone un cambio di mentalità: la gestione della sicurezza non potrà più essere considerata un costo da comprimere o un insieme di adempimenti da “mettere a posto” solo in occasione di gare e verifiche, ma un elemento strutturale di qualificazione. La storia dell’impresa in materia di infortuni, di violazioni accertate e di investimenti in prevenzione si tradurrà in un punteggio visibile, che potrà incidere sull’accesso a cantieri, appalti e subappalti. Allo stesso tempo, sarà necessario istituzionalizzare un monitoraggio continuo del punteggio, con una figura interna (o un consulente) incaricata di seguire l’andamento della patente, promuovere azioni correttive e valorizzare quelle che portano incremento dei crediti.

    La sfida per chi fa consulenza e formazione sarà aiutare le aziende a leggere la patente non solo come “spada di Damocle” ma come cruscotto strategico: ogni decurtazione diventa un campanello d’allarme non solo dal punto di vista legale, ma anche di cultura aziendale, organizzazione e gestione del rischio. Le strategie nazionali per la prevenzione, orientate verso un modello in cui la sicurezza è vista come asset produttivo misurabile, trovano nella patente a crediti uno strumento concreto per misurare e premiare l’affidabilità preventiva di un’impresa, spingendo verso modelli organizzativi più maturi e stabili.

    Conclusione
    La patente a crediti trasforma la sicurezza sul lavoro da obbligo spesso percepito come esterno a indicatore diretto di affidabilità e continuità operativa: perdere punti significa perdere lavoro, guadagnarli significa aprire spazi di mercato. Per le imprese di costruzioni è il momento di passare da una logica di mera conformità a una logica di gestione strategica della prevenzione, in cui DVR, formazione, modelli organizzativi e investimenti tecnici diventano strumenti per costruire un punteggio solido nel tempo. Chi saprà leggere la patente come barometro della propria cultura della sicurezza avrà un vantaggio competitivo, oltre che un tasso più basso di infortuni e contenziosi.

  • MALATTTIE PROFESSIONALI

    MALATTTIE PROFESSIONALI

    L’epidemia invisibile del nuovo millennio

    Se gli infortuni sul lavoro si colgono con l’impatto immediato di un evento acuto, le malattie professionali sono l’“epidemia invisibile”: si sviluppano lentamente, spesso dopo anni di esposizione, e emergono quando hanno già compromesso in modo significativo la salute del lavoratore. I dati più recenti pubblicati da INAIL indicano che, accanto all’andamento degli infortuni, le denunce di malattia professionale restano numerose e sono oggetto di particolare attenzione nelle strategie di prevenzione per il triennio in corso, soprattutto con riferimento ai nuovi rischi legati alla digitalizzazione e ai cambiamenti organizzativi.

    Tradizionalmente, quando si pensa a malattie professionali vengono in mente ipoacusie da rumore, danni muscolo‑scheletrici da movimentazione manuale e patologie da esposizione ad agenti chimici, come l’amianto. Queste patologie restano centrali, tanto che i bandi di finanziamento alla prevenzione continuano a prevedere linee specifiche per la sostituzione di macchine rumorose, l’abbattimento di sostanze pericolose e la riduzione dei carichi. Allo stesso tempo, però, emergono quadri più sfumati e difficili da incasellare, che riguardano disturbi psichici lavoro-correlati, patologie da stress cronico, disturbi muscolo-scheletrici legati alla postazione digitale, e malattie associate alla sedentarietà e alla discontinuità dei ritmi di lavoro tipici di molti servizi.

    La relazione INAIL più recente evidenzia che il sistema di tutela si sta evolvendo per intercettare anche i nuovi rischi, che vanno dalle emergenze epidemiologiche ai rischi connessi alla trasformazione digitale. Questo significa che, accanto alle tradizionali campagne sull’amianto o sull’ergonomia, si sviluppano progetti nel campo dell’innovazione tecnologica e della raccolta dati, che permettono di individuare pattern di malattia professionale prima invisibili. L’obiettivo è duplice: offrire tutela a chi si ammala e, soprattutto, spostare a monte l’intervento, aiutando le aziende a identificare in anticipo le criticità e a intervenire con misure organizzative, tecniche e formative.

    Per il datore di lavoro, la gestione del rischio di malattia professionale passa (ancora di più che per gli infortuni) dalla qualità della valutazione dei rischi e dalla sorveglianza sanitaria mirata. Un DVR che si limita a elencare i rischi senza quantificare esposizioni, tempi, frequenze e senza costruire un dialogo con il medico competente rischia di mancare proprio le situazioni più insidiose, come esposizioni miste (rumore + vibrazioni + posture), fattori psicosociali o contenuti di lavoro che espongono a stress cronico. La relazione INAIL sottolinea il ruolo della prevenzione basata su dati, reti e collaborazione tra attori pubblici e privati, valorizzando la raccolta strutturata delle informazioni e la loro analisi per orientare politiche e interventi.

    In questo contesto, l’epidemia invisibile delle malattie professionali è anche una questione di cultura: serve superare la rassegnazione verso dolori, disturbi e patologie “considerate inevitabili” per certe mansioni. Occorre promuovere canali di segnalazione interna, momenti di confronto tra lavoratori, RLS e medico competente, e un approccio che veda nella malattia professionale non un semplice costo da assicurazione, ma un fallimento del sistema di prevenzione. I finanziamenti messi in campo da INAIL per progetti di miglioramento strutturale, formazione e innovazione tecnologica rappresentano una leva concreta per trasformare la consapevolezza in azioni, se le aziende sapranno coglierla.

    Conclusione
    Le malattie professionali sono l’epidemia silenziosa del lavoro contemporaneo: non esplodono in cronaca come gli infortuni mortali, ma consumano nel tempo salute, energie e vite lavorative. Per contrastarle non bastano adempimenti formali, serve una prevenzione che parta dai dati ma arrivi ai comportamenti e all’organizzazione, mettendo al centro il dialogo con i lavoratori e l’integrazione tra DVR, sorveglianza sanitaria e accesso a finanziamenti mirati. L’obiettivo non è solo ridurre le denunce, ma trasformare i luoghi di lavoro in contesti in cui ammalarsi per il proprio mestiere non sia più percepito come un “effetto collaterale” inevitabile, ma come qualcosa di inaccettabile e prevenibile.

  • CYBER – SAFETY  –  la nuova frontiera del rischio meccanico

    CYBER – SAFETY – la nuova frontiera del rischio meccanico

    In molte aziende manifatturiere e nei cantieri moderni, la sicurezza delle macchine non dipende più soltanto da barriere fisiche, pulsanti di arresto e protezioni interbloccate, ma sempre di più da reti, software e dispositivi connessi. Un PLC aggiornato da remoto, un robot collaborativo controllato tramite rete Wi‑Fi, un sistema di supervisione HMI accessibile da tablet: tutto questo crea un ponte diretto tra il mondo cyber e quello fisico, dove l’effetto finale può essere un movimento improvviso di un organo meccanico, una partenza inattesa o il mancato arresto di emergenza. Il confine tra rischio “elettrico/elettronico” e rischio “informatizzato” diventa labile: un attacco cyber o una vulnerabilità possono tradursi in un infortunio reale.

    Le evidenze più recenti a livello europeo e nazionale mostrano che istituti come INAIL e le agenzie europee per la sicurezza sul lavoro stanno includendo, nei documenti di strategia, i rischi legati alla digitalizzazione e all’uso di tecnologie connesse come uno dei fronti prioritari per la prevenzione nel prossimo triennio. Le linee di intervento parlano esplicitamente di integrazione tra sicurezza tradizionale e sicurezza informatica, riconoscendo che l’affidabilità di macchine e impianti passa sempre di più dalla robustezza dei sistemi di controllo, dal loro aggiornamento e da una corretta gestione delle credenziali e degli accessi remoti.

    Per un datore di lavoro, questo significa che la “cyber-safety” non è un tema da lasciare al solo reparto IT, ma un tassello da integrare nella valutazione dei rischi e nelle procedure operative. Un esempio emblematico è quello di una linea di produzione in cui un manutentore può collegarsi da remoto per modificare parametri di velocità e di coppia: se l’accesso non è adeguatamente protetto, un soggetto malevolo potrebbe alterare i parametri e portare la macchina a funzionare fuori dalle condizioni di sicurezza previste. Anche senza arrivare all’attacco cyber deliberato, basta un account condiviso male gestito o una password poco protetta per permettere ad un operatore non autorizzato di modificare impostazioni critiche.

    La cyber-safety, in quest’ottica, si può intendere come l’estensione del principio di sicurezza intrinseca e funzionale al mondo dei bit: un progetto di macchina o impianto che non considera i possibili scenari di malfunzionamento dovuti a errori software, conflitti di rete o manomissioni non può più ritenersi completo. Le misure di prevenzione vanno dalla segmentazione delle reti industriali alla gestione rigorosa di aggiornamenti e patch, dalla definizione di profili di accesso differenziati (chi può solo leggere, chi può configurare, chi può comandare) fino alla registrazione degli eventi critici e alla loro revisione periodica, al pari delle verifiche su protezioni fisiche e dispositivi di emergenza.

    Nelle aziende medio‑piccole, spesso prive di un reparto IT strutturato, la sfida è ancora più grande: molte realtà hanno introdotto macchine connesse, sistemi di monitoraggio su cloud o applicazioni per la manutenzione senza accompagnarle con procedure di gestione degli accessi, backup e controllo delle modifiche. Eppure, la normativa di prevenzione richiede comunque di valutare tutti i rischi, compresi quelli derivanti dalla trasformazione digitale, e le strategie nazionali invitano a supportare in modo mirato le PMI nell’adozione di strumenti che rendano più accessibile e concreta la gestione dei rischi tecnologici.

    Conclusione
    La cyber-safety è la nuova faccia del rischio meccanico: dietro un movimento improvviso o una mancata interruzione può esserci oggi non solo un guasto elettrico, ma una vulnerabilità informatica o una configurazione errata. La risposta non è demonizzare il digitale, ma integrare competenze IT e HSE, portare la sicurezza nel mondo dei dati e portare la consapevolezza cyber tra i preposti e gli operatori. Investire in reti sicure, procedure di accesso e aggiornamenti controllati significa, di fatto, ridurre infortuni e near miss: il rischio “virtuale” si vince lavorando sul reale, con organizzazione, formazione e un dialogo continuo tra chi gestisce le macchine e chi gestisce i sistemi informatici.

  • AI Act 2026: quando l’algoritmo diventa il tuo capocantiere

    AI Act 2026: quando l’algoritmo diventa il tuo capocantiere

    L’Intelligenza Artificiale è già entrata nei cantieri: software che pianificano le fasi di lavoro, app che analizzano foto per segnalare DPI mancanti, sistemi che tracciano gli accessi e “misurano” i comportamenti sicuri dei lavoratori. In parallelo, l’Unione Europea ha approvato l’AI Act (Regolamento 2024/1689), che introduce un quadro regolatorio unico per l’uso dell’IA, entrato in vigore nel 2024 con le prime obbligazioni operative dal 2 febbraio 2025, soprattutto in tema di pratiche vietate e di sistemi ad alto rischio.

    Il punto chiave per chi si occupa di sicurezza è che l’AI Act adotta un approccio basato sul rischio: alcune applicazioni sono totalmente vietate (rischio “inaccettabile”), altre sono consentite ma sottoposte a prescrizioni molto stringenti (rischio “alto”), altre ancora rientrano nelle categorie di rischio “limitato” o “minimo”. Per un datore di lavoro che voglia introdurre un sistema di IA in cantiere – per esempio una piattaforma che valuta la conformità dei DPI o un algoritmo che pianifica turni e mansioni – non basterà più guardare solo al “GDPR” o alla privacy; bisognerà capire se quel sistema rientra tra quelli vietati o tra gli “alto rischio” e quali obblighi ne derivano in termini di sicurezza, trasparenza e tutela dei diritti dei lavoratori.

    Tra le pratiche di IA ora vietate a livello UE spiccano alcune fattispecie che toccano direttamente il mondo del lavoro: sono banditi, ad esempio, i sistemi che manipolano in modo occulto il comportamento delle persone, quelli che sfruttano vulnerabilità specifiche (età, disabilità, difficoltà economiche) e, soprattutto, i sistemi di social scoring generalizzato, cioè quei meccanismi che attribuiscono punteggi complessivi alle persone sulla base dei loro comportamenti, con effetti significativi sui diritti. In ambito lavorativo, si vietano anche strumenti che tentino di riconoscere le emozioni dei lavoratori o di dedurre caratteristiche sensibili (opinioni politiche, orientamento sessuale, ecc.) a partire da dati biometrici o comportamentali.

    Questo significa che un “algoritmo capocantiere” che osservi i lavoratori tramite telecamere e assegni un punteggio globale di “affidabilità” o “meritevolezza” da usare per promozioni o penalizzazioni rischia di collocarsi nella zona rossa del rischio inaccettabile, soprattutto se combina monitoraggio continuo, analisi comportamentale, valutazioni psicologiche e ricadute dirette sul rapporto di lavoro. Al contrario, un sistema che si limita a rilevare automaticamente l’assenza del casco su un ponteggio o a segnalare un rischio di caduta per prossimità a un bordo non protetto, se progettato correttamente, potrebbe rientrare tra i sistemi ad alto rischio, ma ammissibili, purché siano rispettati requisiti stringenti di gestione del rischio, qualità dei dati, documentazione tecnica, trasparenza e supervisione umana.

    Nel cantiere, l’IA si incrocia inevitabilmente con gli obblighi del d.lgs. 81/2008: il datore di lavoro deve valutare tutti i rischi, compresi quelli “nuovi” derivanti dalla digitalizzazione e dai sistemi intelligenti. Questo implica, ad esempio, inserire nel DVR anche i rischi connessi all’uso di piattaforme che assegnano automaticamente i turni in funzione di parametri produttivi, di sistemi di monitoraggio in tempo reale dei movimenti, o di applicazioni che generano indicazioni operative sulla sicurezza. Se l’IA può aiutare a prevenire infortuni (predicendo situazioni pericolose, segnalando anomalie, supportando la manutenzione predittiva), può però introdurre rischi per la salute psicosociale (iper-controllo, stress da sorveglianza continua, percezione di ingiustizia algoritmica) e rischi organizzativi (eccessiva dipendenza del preposto dalle raccomandazioni della macchina).

    La chiave di lettura proposta dall’AI Act è che l’IA non sostituisce responsabilità e ruoli previsti dalla normativa sulla sicurezza: datore di lavoro, dirigenti, preposti e RSPP restano responsabili delle scelte tecniche e organizzative, comprese quelle legate alla selezione e all’uso di sistemi di IA. Chi acquista o sviluppa un “capocantiere digitale” sarà tenuto a verificare la conformità del fornitore, la classificazione del sistema (alto rischio o no), la presenza della marcatura CE e della documentazione richiesta dal regolamento. Allo stesso tempo, l’organizzazione dovrà adottare procedure interne che garantiscano la supervisione umana significativa, la possibilità di contestare decisioni automatizzate e la formazione mirata di lavoratori e preposti sull’uso consapevole degli strumenti di IA.

    Conclusione
    Quando l’algoritmo entra in cantiere non diventa né un nuovo datore di lavoro né il sostituto del preposto: diventa un attrezzatura organizzativa potente, che può rafforzare o indebolire la prevenzione a seconda di come viene progettata, regolata e governata. L’AI Act introduce un quadro che rende più chiaro cosa è vietato, cosa è ad alto rischio e quali cautele adottare, ma non solleva dall’obbligo di integrare l’IA nella valutazione dei rischi e nei modelli di gestione della sicurezza. La vera sfida, per RSPP e consulenti, è trasformare l’algoritmo in alleato, senza permettergli di trasformarsi in un sistema opaco di controllo sociale che minaccia diritti e dignità dei lavoratori: il capocantiere resta umano, l’IA è uno strumento che deve essere tenuto sotto controllo, non il contrario

  • Oltre il casco: quando la sicurezza si gioca “tra le lame” del pregiudizio

    Oltre il casco: quando la sicurezza si gioca “tra le lame” del pregiudizio

    Cosa significa sentirsi al sicuro sul posto di lavoro?

    Per molti, la risposta è tecnica: un’imbracatura solida, un piano di emergenza aggiornato, un DPI certificato. Ma per noi che ci occupiamo di sicurezza ogni giorno, la verità è un’altra. Esiste una dimensione della sicurezza che non si misura in decibel o in metri, ma in dignità e rispetto.

    È la sicurezza etica. Quella che troppo spesso manca nelle nostre PMI, dove il pregiudizio è un rischio invisibile ma tagliente quanto una lama.

    Oggi non vogliamo parlarvi di normative, ma di una storia. La storia di Klizzia Baldoin, una talentuosa barbiera della nostra zona che ha deciso di dare voce a chi, ogni mattina, entra in un ambiente di lavoro che sembra un campo di battaglia.

    “Giustizia tra le lame”: Non è solo un romanzo, è un grido di realtà

    Il libro di Klizzia, attualmente in crowdfunding su Bookabook, racconta la sfida di una donna che vuole farsi strada in un mondo — quello della barberia — prettamente maschile.

    Ma tra le pagine di “Giustizia tra le lame” c’è molto di più di un sogno professionale. C’è il racconto crudo delle molestie, della rivalità tossica, della violenza psicologica che striscia tra una poltrona e l’altra. Argomenti che nelle aziende facciamo ancora fatica a nominare ad alta voce, ma che distruggono il benessere e la produttività dei team.

    Come consulenti, sappiamo che un lavoratore che subisce discriminazione è un lavoratore a rischio. Il pregiudizio non è un’opinione, è un pericolo per la sicurezza.

    Perché abbiamo deciso di sostenere Klizzia (e perché dovresti farlo anche tu)

    Klizzia è già una professionista affermata nel suo settore, ma ha un altro grande sogno: essere riconosciuta come scrittrice. Vuole portare la sua sensibilità e il suo sguardo oltre i confini del salone, arrivando sugli scaffali delle librerie di tutta Italia.

    Sostenere il suo crowdfunding non significa solo comprare un libro. Significa:

    1. Rompere il muro dell’omertà sui temi della differenza di genere e della violenza sul lavoro.
    2. Dare forza a un talento del nostro territorio che ha il coraggio di narrare il lato oscuro delle professioni.
    3. Investire nella cultura del rispetto, l’unico vero fondamento di un’azienda sicura.

    Mancano poche ore: il tuo contributo è decisivo

    Abbiamo una missione ambiziosa: completare l’obiettivo del crowdfunding entro la mezzanotte di giovedì 26 febbraio.

    È una corsa contro il tempo. Se credi che il lavoro debba essere un luogo di realizzazione e non di sopravvivenza, questa è l’occasione per dimostrarlo.

    Il tuo vantaggio immediato:

    Scegliendo la versione Ebook, riceverai immediatamente un secondo Ebook in omaggio. Un piccolo premio per chi sceglie di scommettere sul futuro della letteratura emergente e sulla sicurezza etica.

    Non aspettare il 27 febbraio. Giovedì sarà troppo tardi.

    Fai sentire la tua voce. Trasforma una storia di carta in una lezione di vita per tutti noi.

    👉 PRE-ORDINA ORA “GIUSTIZIA TRA LE LAME” SU BOOKABOOK

  • Giornalino Safety Business News N. 32/2026

    Giornalino Safety Business News N. 32/2026

    Abbiamo pubblicato il nostro sfogliabile bimestrale gratuito, edizione Gennaio 2026 N. 32  Accedendo all’articolo trovate il link su cui cliccare e leggerlo sfogliandolo come un giornale cartaceo. Tanti articoli, tanti argomenti, tanta voglia di collaborare, … Spero di farvi cosa gradita e vi auguro buona lettura.
    clicca per visualizzare il giornalino in pdf:Scarica Safety News SB32-2026

    In questa edizione, troverete articoli e approfondimenti cruciali per la vostra impresa:

    • IL COSTO DEL RISCHIO | Investire in sicurezza: l’unico risparmio che non ha prezzo.

    • SFIDARE IL GELO | Oltre il termometro: quando il clima diventa un obbligo di legge.

    • UOMO E ALGORITMO | L’intelligenza che protegge: il nuovo volto della Physical AI.

    • RESTRIZIONE REACH “74” SUI DIISOCIANATI
    • IMPARARE DAGLI ERRORI | Dalla cronaca alla prevenzione: il valore dell’esperienza.

     

    •  Come è cambiata la comunicazione digitale dopo il Covid in ambito sicurezza sul lavoro Copertina rigida – 8 marzo 2024 [Clicca qui per vedere il libro: urly.it/3a53y]
    • Come è cambiata la comunicazione digitale dopo il Covid in ambito sicurezza sul lavoro Formato Kindle [Clicca qui per vedere il libro: urly.it/3a540]
    • Opuscolo Sicurezza Antincendio: Manuale Antincendio e della Gestione Emergenza.- Formato Kindle Amazon [Clicca qui per vedere il libro:urly.it/3134qy
    • Il Diario del preposto: Come garantire la vigilanza dei lavoratori.- Formato Kindle Amazon [Clicca qui per vedere il libro: urly.it/3134r5

     

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